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October 02 IL DISCEPOLOIL DISCEPOLO
Le candele illuminavano a malapena un angolo del cimitero. Era molto attento a non farsi scorgere e sapeva che nessuno a quell’ora di notte si sarebbe avventurato in un posto simile. La sua paura era di non fare in tempo a recitare l’invocazione ad Algareth, Signore del Male e fedele discepolo di Satana. Tentò di ricordarsi quello che gli aveva insegnato il suo Maestro, ma inutilmente.
L’agitazione gli chiudeva la mente e il cuore gli batteva così forte da uscire dal petto.
Doveva controllarsi. Provò a fare respiri lunghi e profondi, ma la sua agitazione cresceva con lo scorrere dei secondi.
Si guardò intorno alla ricerca di qualcosa su cui fissare, momentaneamente, la sua mente, in cerca di una qualsiasi distrazione, capace di fargli scordare quegli odiosi minuti d’ansia che contribuivano a fargli battere il cuore ancora di più.
Tentò di ricordare gli ammonimenti del suo Maestro quando gli parlava di Algareth, capo dei legionari dell’Inferno, a servizio di Satana per qualsiasi lotta contro il Bene, ma non servì a calmarlo.
Guardoò la disposizione delle candele per la cerimonia che aveva preparato.
Formavano la classica stella a cinque punte all’interno di un cerchio fatto di pelle umana, che era riuscito a procurarsi durante le messe nere del suo Maestro.
Durante le messe era sempre stato molto attento ai particolari, e quindi si sentiva pronto per celebrare la cerimonia della resurrezione di Pavel.
Grazie a Pavel, o meglio quel che restava del corpo di Pavel, sarebbe riuscito a invocare lo spirito di Algareth per diventare a sua volta Maestro e sovvertire l’ordine della congregazione.
Sapeva che invocando Algareth durante la cerimonia di resurrezione di un morto avrebbe dovuto tenere a bada anche tutti gli altri morti sepolti in quella stessa zona del cimitero, ma i legionari di Algareth lo avrebbero aiutato, e si sarebbero nutriti dei loro corpi, nel tentativo di diventare zombies.
La scelta di Pavel, suo fratello, morto durante la celebrazione di una messa nera nella ricostruzione del sacrificio di Isacco, era quasi obbligata…
Chi meglio di suo fratello avrebbe potuto quindi essergli di aiuto per l’invocazione ad Algareth, una volta giunta al suo culmine?
Fra pochi minuti le campane della chiesa avrebbero annunciato la mezzanotte e lui avrebbe potuto resuscitare Pavel.
I rintocchi delle campane lo colsero quasi di sorpresa…. Non si era accorto che il tempo era trascorso così in fretta.
Una profonda calma lo invase: era l’ora giusta per agire.
Aprì il Libro delle Invocazioni e cominciò la sua strana preghiera in modo lento e greve, a voce alta, e man mano che recitava la formula affinché i non-morti tornassero alla vita e al suo servizio, la voce si alzò di tono e diventò possente.
Sapeva che avrebbe avuto successo.
Pavel era morto privo della sua anima, rubatagli dal Maestro nel momento del sacrificio e una volta tornato in vita sarebbe rimasto una specie di involucro senza volontà, un essere che sarebbe vissuto sotto l’influsso del suo padrone.
Tutti sapevano che gli zombies erano cadaveri di umani animati solo dalla magia e privi di qualsiasi intelligenza.
Il loro aspetto spaventoso era dovuto alla decomposizione del corpo nella bara, così trasandato e menomato di alcune parti, e la lentezza dei movimenti faceva di loro solo delle facile vittime, nel caso in cui un Maestro avesse voluto liberarsene.
Seppur immuni agli attacchi di freddo, gli zombies avevano pochissima capacità di resistenza, e questo lui lo sapeva.
Aveva spesso pensato di servirsi direttamente del Guardiano delle Tombe, il non-morto che circolava nei cimiteri, l’incappucciato di cui si scorgevano solo gli occhi ipnotici dalle orbite rosse, ma nella sua veste di Guardiano non avrebbe mai accettato di sottomettersi alla volontà di un Maestro, nonostante fosse di intelligenza limitata, come tutti i non-morti.
Giunto alla parte finale della preghiera il discepolo che aspirava a diventare Maestro s’inginocchiò e ad occhi chiusi recitò l’ultima parte dell’Invocazione:
“Io sono la Paura che scivola sulla pietra tombale di Pavel,
chiede che essa venga aperta
e ne esca colui che si sottometterà alla mia volontà.
O potente Algareth, Capo dei Legionari nel regno degli Inferi,
possa Tu concedere ai tuoi uomini di far rivivere mio fratello,
secondo il mio volere a beneficio di Satana, Nostro Re”.
Per qualche minuto non successe niente, sembrava che il tempo si fosse fermato.
Poi, all’improvviso, dalla tomba di Pavel si alzò un urlo agghiacciante che si trasformò in risata.
Il discepolo guardò verso la tomba del fratello e tra le ombre che le candele gettavano sulla lapide, vide che la terra cominciava a smuoversi.
Sentiva un rumore in sottofondo provenire dalla tomba di Pavel, come se un insetto gigante avesse preso a scostare la terra con le zampette, prima in modo lento… poi via via più veloce.
Appena la maggior parte della terra fu smossa, il discepolo vide che parte della bara era aperta, il coperchio era quasi del tutto sollevato e ne usciva un nauseabondo fetore che lo costrinse a storcere il naso.
Lo zombie prese ad alzarsi piano dalla tomba, non credendo di essere ancora capace di farlo. Era passato molto tempo da quando la sua anima aveva assistito al funerale del proprio corpo.
Non gli era piaciuto il modo in cui i becchini avevano riempito la fossa, la sua fossa e non gli erano piaciuti i colpi di vanga che ancora risuonavano nelle sue orecchie.
Ma ora era uno zombie, e percepiva, pur nella sua limitata intelligenza, di essere solo uno stomachevole involucro di ossa privo di qualsiasi forma di volontà ma non di pensiero.
Si rendeva conto che da quel momento in poi sarebbe stato assoggettato alla volontà di chi lo aveva riportato in vita, seppur in quel modo che sentiva di odiare con tutte le forze.
Il discepolo guardò lo zombie, suo fratello Pavel, alzarsi dalla bara e guardarsi attorno con occhi acquosi.
Appena lo sguardo dello zombie si poso’ su di lui, il discepolo gli mostrò la bottiglia chiusa ermeticamente nella quale era contenuta la sua anima, affinché capisse che era lui a comandare.
Dopodichè, il discepolo cercò nel Libro delle Invocazioni la formula di rito che indicava la presenza di uno zombie e che gli dava il benvenuto a nuova vita.
Se non avesse recitato la formula entro pochi minuti dalla “rinascita” di Pavel, lo zombie avrebbe acquisito più forza e avrebbe potuto impossessarsi della bottiglia con la sua anima.
“Presto… presto…” – pensò il discepolo –“non posso perdere preziosi minuti… dov’è la formula?”.
“Stai cercando questa?”.
La voce lo colse del tutto impreparato, il Libro gli cadde a terra con un tonfo e il discepolo si girò di scatto.
Alla sua destra era comparso Mizar, il suo Maestro, con altri discepoli minori. Nella mano sinistra stringeva quella che doveva essere la pagina mancante del Libro.
“Maestro, cosa ci fai qui?” – gli chiese il discepolo con voce alterata dalla paura.
Il suo sguardo si spostava dal Maestro allo zombie e i suoi occhi saettavano di qua e di là ad una velocità impressionante.
“Davvero pensavi di potermi sostituire invocando a tuo favore la forza di Algareth, con l’aiuto di questo zombie?”.
“Maestro… ti prego… dammi la pagina, devo concludere il rito”.
Il tono del discepolo si era fatto supplicante.
In risposta alla sua supplica, Mizar tirò fuori da sotto il pesante mantello una piccola bottiglia, di un verde intenso, vuota.
“Se non reciterò la formula lo zombie potrà nutrirsi del mio corpo e farmi diventare come lui” – lo scongiurò il discepolo.
“Non preoccuparti.” – gli disse il Maestro – “Pochi attimi prima che Pavel ti divori io ti ruberò l’anima e la metterò qui dentro” – continuò indicando la bottiglia – “così che anche tu sarai sempre sottomesso alla mia volontà. Grazie a voi due potrò invocare Algareth e aumentare il mio potere, la mia forza e la mia vita”.
“Non puoi, Maestro, non puoi farmi questo. Io sono sempre stato il tuo discepolo più fedele, ho sempre seguito le tue indicazioni e proprio tu mi disegnasti quale tuo successore la notte in cui morì Pavel”.
“Sciocco!” – tuonò Mizar – “Ti dissi quelle parole solo perchè sapevo che altrimenti non avresti acconsentito a sacrificare tuo fratello quella notte. Io sono e sarò il Maestro della congregazione per altri 1000 anni a venire e riconobbi da subito la tua sete di potere. E quale migliore espediente per farti acconsentire al sacrificio di Pavel se non prometterti di diventare come me… se non riempirti la testa di parole vuote che alle tue orecchie sembravano musica? Il momento è giunto. Discepolo, la bottiglia che hai in mano non contiene l’anima di tuo fratello. Scambiai il contenuto della bottiglia poco prima dell’imbrunire, certo che avresti agito stanotte e che stanotte mi avresti tradito”.
Il discepolo guardò lo zombie avvicinarsi e gli sembrò quasi di sentirlo ridere più forte, ora che sapeva che suo fratello era complice della sua morte.
Cadde all’indietro e cercò di scalciare quell’essere che tentava di prenderlo, ma all’improvviso sentì che il cuore gli si fermava.
L’ultima cosa che vide fu il suo Maestro stringere trionfante la bottiglietta verde che aveva chiuso ermeticamente e che, se prima era vuota, ora conteneva un’essenza scura e malsana.
Il discepolo riconobbe in quell’essenza la sua anima e prima di spirare sentì Pavel, suo fratello, che si nutriva della sua carne.
ANIME PERSEANIME PERSE
I luoghi sacri, ritengo, abbiano un fascino particolare, soprattutto se intravisti dopo il tramonto, quando la luce non del tutto scompare all’orizzonte.
Hanno un’aria austera e inavvicinabile, eppure mi sento davvero attratta da questi luoghi solo quando, a luce soffusa, dalla finestra della mia camera mi sembra di sentire i lamenti di quelle povere anime sepolte.
Io non solo sono in grado di sentirle, ma anche di capire le loro voci, le litanie che si susseguono di lapide in lapide… alcune gridano vendetta, altre mormorano maledizioni, altre ancora piangono sommesse ed infine ci sono quelle che tacciono, e sembrano davvero morte.
Quest’ultime sono le voci peggiori, perché non ti fanno sentire la loro rabbia, non scaricano il loro dolore su di te, non si fanno beffa della tua paura… no… se ne stanno quiete ad aspettare la giusta occasione per rivendicare i torti subiti.
Il loro silenzio è pari ad una condanna a morte, ti additano minacciose, pronte a gustare la ghiotta possibilità di fare uno scambio di posti.
Non sapete cos’è lo scambio di posti? Facile… dalla parola dovreste averne già intuito il significato. E’ una specie di patto che si instaura tra un vivente e un corpo sepolto.
Se volete davvero realizzare un sogno, ma lo volete veramente e con tutto il cuore senza sapere cosa fare, andate a sistemarvi di fronte ad una delle tante lapidi silenziose.
Prima o poi, riceverete istruzioni su come realizzare il vostro sogno, a patto che l’anima del corpo sepolto alberghi in voi per tutto il tempo necessario.
Necessario per cosa? Beh… innanzitutto per tornare a gustare la vita, e poi per trovare un altro corpo in cui albergare casomai decidiate di non tener fede alla promessa.
Per venir meno al patto ci vuole meno di quanto sembri… se vi recate in una chiesa e intingete la mano nell’acqua santa… se confessate ciò che avete fatto… se siete pentiti del vostro gesto, basta solo l’assoluzione del prete per tornare ad essere padroni del vostro corpo e far tornare l’anima del defunto nei pressi del corpo putrefatto dalla morte.
Sono attratta dalla chiesa, dalle navate, dall’altare sacro, dalle ostie benedette… eppure io, in chiesa, non posso entrare altrimenti sarei costretta a tornare sotto terra.
Il mio corpo giace lì, ma la mia anima alberga in questa affascinante quanto ambigua ragazza. Il suo maggior desiderio non è meno strano di lei, recita salmodie dall’aspetto complesso e che certo non danno un senso di pace.
Peccato che tra pochi giorni dovrò trovarmi un altro corpo, sempre che decida di restare “viva” ancora un pò… potrei trovare un altro corpo pronto ad offrirsi al posto mio?
Forse sarebbe saggio essere quello che sono, un’anima ed un corpo sepolto, per sempre.
Ci penserò domani… adesso è tardi e devo nutrirmi a sufficienza, in attesa di quella che sarà la mia decisione… sì… farò così… ci penserò domani. July 08 COME LA MORTE DI UN UOMO CAMBIO' LA STORIACOME LA MORTE DI UN UOMO CAMBIO' LA STORIA
Non poteva crederci. Non stava accadendo davvero. Non era possibile. Il dolore lancinante alle mani e ai piedi induceva la sua mente a credere che si trattava di un sogno, di un incubo… Ma era la realtà. Sentiva il popolo come in trance che gridava e gemeva, mentre i suoi assassini ridevano e si spartivano le vesti.
Cercando di raccogliere tutto il fiato che aveva, gridò un’ultima volta la sua verità, ma le parole furono soffocate dalle lacrime, libere di scorrere sul suo viso, invecchiato anzitempo.
“Vi prego, non fatemi questo” – mormorò con voce spezzata.
I suoi occhi, velati dal sudore, dalle lacrime e dal sangue che gli colava dalla fronte, circondata da una corona di spine, si posarono sui suoi amici che lo fissavano con rabbia, sentendosi impotenti davanti a quell’ingiusto dolore.
All’improvviso comparve lui… l’ultimo apostolo, la persona che lo aveva tradito e consegnato a Pilato denunciandone il nome.
Arrivò nei pressi della croce canticchiando un motivetto allegro e con un’aria sbarazzina negli occhi... Con una mano, nelle tasche, faceva tintinnare i 30 danari che aveva ricevuto come premio di quella denuncia.
I suoi amici lo raggiunsero e gli chiesero perché fosse così contento. Non capivano la ragione di tanta gioia, essendo all’oscuro del tradimento.
Il popolo, intanto, continuava a declamare con voce possente: "Avete crocefisso l’uomo sbagliato! Avete crocefisso l’uomo sbagliato!”.
Il traditore si girò per tornare a casa. Da lontano una voce, piena di dolore, si alzò dalla croce: “Perché, Maestro, perché mi hai fatto questo?”.
Solo allora Gesù tornò a voltarsi verso la croce e pensò che, tra pochi minuti, Giuda, e non lui, si sarebbe riconciliato al Padre Suo. IL TESTIL TEST
Ecco, l’aveva fatto. Jonathan si guardò intorno con fare stupito… ci era riuscito… era arrivato a quota 13…
Questo significava che da quel momento avrebbe fatto parte del club, dell’esclusiva associazione segreta di cui Parker faceva già parte da parecchio tempo.
Pensò al suo amico… Parker sarebbe stato fiero di lui e l’avrebbe presentato agli altri soci dell’associazione come il piu’ giovane membro del club.
Il cuore di Jonathan prese a battere più forte per l’emozione.
Da pochi minuti era diventato il socio più giovane di un club esclusivo, per veri uomini, di quelli che non si fermavano a chiederti scusa anche se avevano torto.
“Mamma mia, che sensazione!!!…” – pensò agitato Jonathan – “non riesco ancora a crederci… ed è stato tutto semplicissimo…”.
Aveva da pochi minuti superato l’ultimo test di ammissione al club, e ne era felice, anzi… era esaltato.
“Aspetta che lo dica a Parker” – si disse il ragazzo con aria di importanza – “chissà la sua faccia… sarà sicuramente sorpreso di quanto poco tempo mi sia servito per arrivare a far parte del club…”.
Jonathan si passò una mano fra i capelli pensando al suo primo incontro con Parker.
Era stata una fortunata coincidenza a farli incontrare, decise Jonathan.
Si erano incontrati la prima volta in palestra, in quella specie di sottoscala di Browning Street, frequentata per la maggior parte da individui incapaci di qualsiasi attività celebrale e che credevano che boxare fosse la più intelligente forma di indipendenza da droghe, alcool e quant’altro.
Jonathan era entrato negli spogliatoi per cambiarsi e sottoporsi al suo nuovo programma di esercizi quando, per puro caso, si era imbattuto in Parker Gowles, anche lui una new entry tra i giovani boxeur.
Parker Gowles… alto, moro, dal bel viso sempre sorridente ma con gli occhi più enigmatici che Jonathan avesse mai visto.
“Un tipo davvero intelligente” – pensò tra sè il ragazzo, ripensando alle conversazioni che avevano avuto.
Jonathan gli aveva confidato tutti i suoi più intimi segreti, tra cui quello di diventare qualcuno, un personaggio importante, ma non certo del mondo della boxe… ma essere riconosciuto per il suo valore intellettivo.
Aveva rivisto Parker dopo circa due settimane di allenamenti, con un’occhiata gli aveva fatto capire che aveva bisogno di parlargli e con un cenno della testa gli aveva indicato gli spogliatoi.
Jonathan era rimasto sorpreso dal modo di fare del suo amico… ma aveva deciso che qualunque cosa Parker voleva dirgli, valeva la pena di ascoltare.
Si era dunque avviato verso gli spogliatoi, vuoti a quell’ora in quanto tutti gli altri boxeur stavano ancora allenandosi, e lì aveva avuto la conversazione più strana (e la più esaltante) della sua vita.
“Ho qualcosa per te, Johnny.” – aveva esordito Parker con fare da cospiratore – “Si tratta di un test per mettere alla prova le tue capacità”.
“Un test?” – aveva ripetuto Jonathan in preda alla confusione – “Un test per me? E in cosa dovrei cimentarmi… in qualche strano e difficile algoritmo?”
Parker aveva sorriso, interpretando la frase di Jonathan come una battuta divertente.
“Non essere sarcastico, amico. Io parlo di un test che potrebbe aprirti diverse porte… e ti permetterebbe di farti conoscere al mondo”.
“Di che si tratta?” – aveva chiesto Jonathan più per curiosità che per vero e proprio interesse.
“Bisogna superare un test davvero difficile per entrare a far parte dell’A.I.K.S”.
“Ehh..? E che razza di roba sarebbe l’A.I.S.K?” – aveva chiesto Johnny sempre più perplesso.
“L’A.I.K.S” – lo corresse Parker – “è un’importante associazione di cui fanno parte solo pochi eletti, e tutti sono soci onorari. Pensavo che il discorso ti interessasse, ma se non è così allora….”
“No” – aveva ribattuto il ragazzo più curioso che mai, questa volta era seriamente interessato –“aspetta… scusami Parker, ma davvero non capisco. Cosa significa questa sigla?”
Parker lo aveva guardato a lungo, come per accertarsi che Johnny non lo stesse prendendo in giro, e poi abbassò la voce fino ad un sussurro: “A.I.K.S. sta per Associazione Internazionale Killer Specializzati”.
Jonathan sentì che gli occhialini che portava gli stavano cadendo dal naso ed ebbe un sussulto di sorpresa.
“Che cosa…? Ma cosa vai dicendo?”
“Io sono socio dell’A.I.K.S. da circa un anno” – gli disse Parker – “ma per entrare ho dovuto… beh… fare un test di ammissione”.
Jonathan lo guardava con tant’occhi… non riusciva a crederci…
“Mi si sono spalancate le porte del bel mondo” – continuò Parker con occhi improvvisamente brillanti. Probabilmente stava ricordando quando era diventato socio di questo club così esclusivo.
“E di che test si tratta?” – domandò Johnny deglutendo a fatica.
“Devi solo fare quota 13… ma adesso ti spiego…”.
Erano passate appena due settimane da quella eccitante conversazione, e Jonathan finalmente aveva appena superato l’ultimo esame… quello più importante.
Si concesse un ultimo sguardo intorno, fissando con aria assente le cose che lo circondavano e riflettendo su quanto tempo ci sarebbe voluto prima che i soci dell’A.I.K.S lo contattassero per congratularsi con lui…
No, non poteva aspettare… doveva subito dire a Parker che ci era riuscito… e l’unico luogo in cui lo avrebbe incontrato era la palestra di Browning Street.
“Ciao Parker” – lo salutò Jonathan con aria felice.
“Ciao Johnny” – ricambiò il saluto Parker.
“Devo dirti una cosa… non potevo aspettare a dirtelo…” – cominciò Johnny.
“Non potevi aspettare a dirmi… cosa?”
“L’ho fatto!”
“L’hai fatto?”
“Eccome, amico, ci puoi giurare…”
Parker lo guardò per un momento senza capire… poi all’improvviso impallidì.
“Hai fatto… cosa esattamente?” – chiese con un filo di voce.
“Sono arrivato a quota 13, proprio come hai detto tu. Ho scovato le vittime, le ho seguite fino a casa, le ho torturate e ho amputato loro gli arti proprio come hai detto tu… ed è stato fantastico. Grazie Parker, grazie amico mio… sai quando i soci mi chiameranno per confermarmi l’adesione al club?”.
Parker lo guardò con aria distrutta… e poi con un sussurro disse: “Ma io, Johnny… io stavo solo scherzando”.
Jonathan sentì il mondo crollargli addosso.
April 27 FEDERICO DICE CHE...FEDERICO DICE CHE...
E’ entrato nel nostro gruppo di amici da poco tempo, ma subito si è distinto per il suo carattere particolare. E’ moro, alto, carino… ok, sarò onesta, è molto carino, magro, e i suoi occhi sono magici.
Lo so, non avete mai sentito parlare di occhi magici, ma quelli di Federico lo sono davvero. Quando parla non puoi fare a meno di notare che una luce meravigliosa risplende dentro di lui, attraverso di lui, nei suoi occhi, appunto.
Ha un timbro di voce caldo, basso e ben modulato, e soprattutto non sbaglia i congiuntivi, come invece capita un pò troppo spesso a Nicola.
E poi, i discorsi di Federico non sono mai noiosi. I suoi interessi sono vari e molteplici, è davvero una persona eclettica.
Da quando ha saputo, per puro caso, che sono affascinata dall’esoterismo, Federico è diventato più attento nei miei confronti. Spesso discutiamo di tecniche esoteriche e spesso ci capita di trovarci in completo disaccordo, ma a volte… a volte sembriamo sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda.
Federico dice che la nostra sintonia deriva dalla passione per tutto il mondo della magia, dell’occulto, di ciò che la gente definisce strano perché incomprensibile.
Così un giorno siamo finiti a parlare di magia nera, e quindi di fantastici luoghi come l’Inferno, di fantastici personaggi come i dannati, e delle varie pene capitali.
Federico ha una vera e propria cultura in materia, mio Dio, non mi ero accorta a quale livello fosse giunto il suo interesse per i concetti più macabri e raccapriccianti.
Ho notato che il suo ascendente su di me è molto forte, e che se mi chiedesse di provare alcune delle sensazioni che egli stesso descrive come sublimi, lo farei senza ombra di dubbio. Inoltre, ha un’adorazione quasi spasmodica per i cadaveri, di ogni tipo.
Mi ha descritto molte volte quello che gli capita di fare, almeno una volta al mese, quando la notte si reca al cimitero della nostra piccola provincia.
Cosa volete che vi dica? “Chi di lato, chi di petto, ognuno ha il suo difetto” recita un proverbio. E anche Federico non è la perfezione assoluta, ma mi piace questo lato del suo essere, mi avvince, mi avvolge, mi affascina, mi trascina.
Federico dice che, prima di ogni cosa, l’importante è creare l’atmosfera. Disegna un grande cerchio nel quale inserisce con bastoncini di legno una stella a cinque punte abbastanza grande. Poi decide verso quale lapide scaricare la sua sete di conoscenza, verso quale cadavere porre la propria attenzione, quale morto meriti di assecondarlo nella sua opera di sezionare carni ormai nere e che si staccano dalle ossa come bollito.
Così, a forza di parlarne, sono diventata il suo braccio destro, la sua collaboratrice.
Ho sempre e solo assistito il Maestro, non ho mai praticato, ma le sue teorie ormai sono impresse nella mia mente.
Dalla stanza accanto sento un lamento… è mia sorella minore, Ginevra, che tenta di liberarsi dalle corde che le stringono mani e piedi.
I suoi gemiti per fortuna sono coperti anche dalla musica che ne esce, una bellissima canzone degli Stratovarius:
“I have no God
Life is in me
I am in life…”
Mi stiracchio i muscoli indolenziti e mi avvio verso la camera della mia sorellina.
Federico dice che prova sensazioni sublimi… bene, vediamo se Federico ha ragione. |
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